Il buio

Il buio, dopo dieci anni di reclusione, diventa una matrigna che ti stringe tra le sue braccia e ti tiene compagnia. L’unica luce che posso vedere è all’ora di pranzo, quando la guardia apre quella minuscola grata sulla porta della mia cella, per lanciarmi una misera brodaglia melmosa e senza sapore.

Dopo tutto questo tempo al buio mi viene molto difficile dormire, distinguere il dì dalla notte è impossibile, non avendo finestre nella mia cella. Il solo modo per capirlo è quello di ascoltare la guardia russare.

Il russare della guardia è differente in base all’orario, la sera il suo russare è molto corto, diverso da quello della notte che è molto più lungo.

La notte dormo poco ma quel poco mi permette di sognare la libertà, il sogno è sempre lo stesso: la guardia apre la porta ubriaca e inizia a blaterare cose senza senso, di colpo cade e sbatte violentemente la testa sul pavimento, rimane senza sensi, allora mi alzo in piedi ed esco dalla porta impaurito.

Percorro il corridoio di fronte a me e raggiungo una porta, ma la porta non si apre, improvvisamente sento urlare grida di dolore. Qualcuno implorava aiuto, ma io non posso fare niente ed è allora che mi sveglio sudato e affannato nel bel mezzo della stanza.

Questo sogno mi ha sempre perseguitato, spero ogni giorno che quella dannata guardia apra la porta …

Una notte la guardia inizia a blaterare cosa senza senso, in quel preciso istante penso al sogno, e alla libertà, d’un tratto la porta si apre ed entra la guardia ubriaca, dopo pochi secondi cade. E’ come nel sogno. Immediatamente mi alzo e corro verso la porta. A metà strada mi viene in mente della porta chiusa e solo allora mi rendo conto che la chiave che apre la porta ce l’ha il guardiano, ma appena mi volto per andare verso di lui e prenderla, la guardia si alza in piedi, preso dal panico inizio a correre verso di lui e gli sferro un pugno che lo fa cadere per terra svenuto. Prendo subito le chiavi e corro verso la porta.

Ad un palmo da essa mi sono fermato per sentire i rumori provenire dalla porta. La apro e mi trovo in una stanza immensa piena di strumenti di tortura. Il pavimento è insanguinato e le pareti sono tappezzate da migliaia di numeri in ordine crescente, dopo qualche secondo noto che il numero ultimo era il 1289, mi guardai la maglia notai il numero 1290, solo allora capii che io sarei stato il prossimo.

Impaurito inizio a cercare una via d’uscita e dopo poco trovo una porta, subito dopo averla aperta mi si para davanti un enorme portone di legno con decori floreali, circondato da mura altissime.

Impossibile aprirlo, allora le mie speranze iniziano a svanire. Di colpo, mi si para davanti una figura femminile con capelli neri e avvolta da una strana aura, si avvicina a me e mi prende per mano e ci avviciniamo lentamente al portone. Lei allunga la mano verso il portone e dopo qualche minuto il portone si apre e la figura era sparita nel nulla. Finalmente riesco a vedere il panorama che si celava dietro di esso.

È una immensa distesa di erba verde, piena di fiori e alberi, da  dieci anni  non vedevo una cosa del genere, gli uccelli cinguettano nel cielo il calore del sole mi riscalda e il cielo è azzurro, lentamente mi avvicino verso quella splendida distesa e riassaporo il tepore del sole e la sua luce.

Appena metto piede sull’erba il mio primo pensiero è la libertà, inizio a piangere di gioia, è lì, sì, è lì il mondo che ricordavo il mondo che per anni ho sognato di rivedere.

D’improvviso, il cielo diventa grigio e cupo, gli alberi diventano secchi e senza vita, il prato verde diventa una immensa distesa arida e secca e gli uccelli si trasformano in corvi che iniziano a volteggiare sopra di me, un attimo dopo i corvi mi inglobano in una immensa sfera nera roteante.

Il buio era tornato, la matrigna che mi stringeva tra le sue braccia e mi aveva tenuto compagnia era tornata.

Ma adesso so cosa mi succederà: il prossimo numero è il mio.

Paride Curcio

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